Italia e teatro. Dove stiamo andando?

Mi è stato proposto di scrivere questo articolo ormai quasi due mesi fa. Probabilmente per pigrizia e per impegni vari ne ho posticipato la stesura, ma alla base c’era la convinzione che scriverlo a marzo, aprile o maggio non sarebbe cambiato nulla e infatti la situazione è da ottobre che non accenna a cambiare.

Eravamo rimasti con la Monica Guerritore che dal palco dell’Ariston aveva proclamato “dal 27 si riparte”. Ci credeva solo lei. Sì, perché fin da subito era sembrato che la proclamazione della riapertura il 27 di marzo fosse stato il classico “contentino”. Troppo presto, non ci ha creduto nessuno, anzi la maggior parte degli operatori del settore si è anche sentita presa in giro. Giusto il cinema di parrocchia del mio quartiere ha avuto l’ardire di affiggere sulle proprie bacheche delle locandine di film che avrebbe trasmesso alla riapertura. I teatri si sono ben guardati dal muovere un passo, ancora rimasti scottati dalla falsa partenza in autunno che qualche “vera” speranza invece l’aveva data.

Tant’è che il giorno in cui sto scrivendo, 16 aprile, non si hanno notizie. I politici, Franceschini in primis, non si pongono il problema e anche nel settore si sta diffondendo una certa disillusione, ci si è rassegnati, le proteste sono rare e poco convinte. Eppure bisognerebbe pretendere almeno una “road map” per capire, per organizzarsi e invece se si chiede qualche cosa in più al governo sembra che si faccia uno sgarbo, che non ci si debba permettere di pensare al “superfluo” in questo momento drammatico. In effetti di qualcosa si è parlato, questo famigerato “Netflix della cultura” l’unica cosa che sembra si sia riuscito a concepire per far fronte a questa crisi. Sia ben chiaro non ne so niente e mi sono promesso di non informarmi. Tanto sappiamo già in che cosa si risolverà: ne usciranno avvantaggiati i soliti “potenti”, le solite “conventicole” legate ai teatri nazionali. Come dissi all’incontro “Teatro e Cinema Post Quarantena” che facemmo su Zoom lo scorso 9 Luglio il problema teatrale italiano continuano ad essere i teatri stabili, gli unici che potrebbero avere la possibilità di interfacciarsi con il ministero, ma che non lo fanno perché loro i finanziamenti continuano a prenderli come se niente fosse successo. Quello che va a morire sono tutte le piccole realtà, i teatri privati che vanno dai 30 ai 300 posti che sono riusciti a sopravvivere senza sovvenzionamenti, ma di cui dovremmo contare i cadaveri sul campo di battaglia una volta usciti da questo incubo. Eppure anche quelli sono luoghi di cultura, di libertà e di possibilità per chi non riesce accedere ai piani alti o di partenza per chi semplicemente è all’inizio di un percorso.

Ritornando al “Netflix della cultura” forse sfugge che il concetto del teatro e del cinema, ma anche di un museo non è tanto il “cosa” si va a vedere (nella nostra vita abbiamo visto tante cose brutte), ma è “l’andare a vederlo”; il dedicare quelle tre ore della propria serata o del proprio pomeriggio, il prendere i mezzi o la macchina, il cercare parcheggio, fare il biglietto, entrare in sala, condividere quell’evento insieme ad altre persone e una volta discuterne, litigare persino. Il teatro e il cinema, la cultura tutta, è un atto sociale, non fruizione passiva davanti a uno schermo, è condivisione, “azione” nel senso più filosofico e aristotelico del termine. Potremmo poi discutere sullo statuto ontologico del teatro in video, ma ce n’è davvero bisogno? Se subentra il video cambia la modalità di fruizione e cambiando questa cambia anche il tipo di prodotto di cui si fruisce. Il teatro è e sarà sempre (finché non morirà) rapporto diretto attore-pubblico, se va a cadere quello va a cadere il senso dell’esperienza tutta.

Che dire? La situazione a tragica e come spesso accade la tragedia in Italia si tramuta spesso in farsa. Non ci resta che aspettare, ma con la speranza che quando si potrà ricominciare lo si faccia con una maggiore consapevolezza dell’importanza di questo tipo di esperienza culturale, della necessità di riabituarci a fare cose che stiamo lentamente disimparando a fare. Non dovranno ripartire soltanto gli operatori del settore, ma anche il pubblico a cui si chiederà una maggiore consapevolezza di quanto questo tipo di esperienze siano preziose non soltanto per chi le fa, ma soprattutto per coloro a cui sono dirette.

Come ho detto, adesso si aspetta e non potremmo fare altrimenti, ma sarà necessaria alla riapertura una riflessione seria su quello che dovrà essere il futuro del teatro (e della cultura tutta) in questo paese. Potrebbe essere l’ultima occasione prima che Netflix con il suo algoritmo ci seppellisca tutti quanti.

 

Paolo Tommaso Tambasco

 

14/04/2021

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