Cultura ‘non essenziale’, ne siamo sicuri ?

Gianlorenzo Lombardi

Ricordo ancora bene le mie ultime volte al cinema a fine ottobre dell’anno scorso. A Parigi, dove abito ormai da più di 7 anni, in quel momento c’era già una crescita dei casi Covid esponenziale giorno dopo giorno, ma le sale raramente erano piene, anzi: col distanziamento, le mascherine e i cosiddetti ‘gestes barrières’ mi ci sentivo più sicuro che per le strade affollate, dopo una giornata di lavoro o in un pomeriggio di qualche weekend. Quello che mi entusiasmava era sempre la possibilità di condividere delle emozioni al buio con degli sconosciuti e ogni tanto a fine proiezione c’era quel breve scambio di sguardi con questi, come a domandarsi “hai visto anche tu quello che ho visto io?”, che il film fosse bello o brutto. Spesso, nel caso di qualche commedia, si poteva sospettare che sotto le mascherine molti spettatori sorridevano all’uscita dalla sala.

Ora, a marzo 2021, provo una grande nostalgia per quelle esperienze passate, come del festival di Berlino dove ho avuto la fortuna di vedere 20 film nell’arco di una settimana poco più di un anno fa, e tutti quei momenti di scambio culturale possibili tra folle di sconosciuti fino a febbraio – marzo 2020.
Bisogna avere pazienza, dicono, c’è una pandemia mondiale. Eppure ora si parla di ciò che è essenziale e ciò che non lo è, ignorando spesso le difficoltà di chi lavora nell’ombra, per il nostro intrattenimento, che possa essere nello streaming o per gli spettacoli dal vivo, altro elemento che gli appassionati d’arte rimpiangono non poco.
Nel suo bel monologo che potete vedere qua sotto, Stefano Massini col suo carisma unico spiega come un recente studio scientifico di Berlino provi che ci sia più possibilità di restare infettati in un supermercato, piuttosto che in un teatro/cinema. Il primo tuttavia agli occhi del governo è essenziale, l’altro no. Ma dunque siamo arrivati a quel momento in cui il rito di uscire per approfittare di un momento di cultura non risulti essenziale come l’acquisto di un libro, pur facendo attenzione ad ogni gesto e alla distanziamento ? Massini nel suo monologo cita giustamente anche la frase di Hannah Arendt secondo cui nella società di massa la cultura, qualunque forma possa assumere, rischi di essere ridotta a semplice svago.

Perfino in Francia, dove uno si aspetta che la cultura venga più messa in valore che altrove, si vive un momento difficile dove chi è affamato di cultura, deve sfamarsi da solo nelle mura domestiche e a volte non può godersi di un film se non attraverso il mini schermo di un computer portatile. D’altronde, si potrebbe aggiungere che tutti noi in questo momento abbiamo soprattutto bisogno di andare incontro all’altro e spesso la cultura, nei momenti di condivisione pubblica, puo’ divenire l’elemento di aggregazione principale che ci porta alla riconciliazione col prossimo.
La politica sembra voler mettere da parte il settore cinematografico e teatrale, come dimostra il fatto che a metà dicembre, alla vigilia della presunta apertura delle sale, il governo francese abbia deciso di fare dietro front all’ultimo momento, rinviando a data da definirsi quel tanto desiderato momento dagli ‘exploitants’ (i gestori delle sale) che da mesi aspettavano quel momento con eventi, promozioni e programmi già fissati da settimane.
E stiamo parlando della Francia, una realtà ben diversa dall’Italia, dove ci si batte regolarmente per una diversità quanto più possibile della programmazione, con la Versione originale disponibile praticamente dappertutto nella capitale e il doppiaggio destinato a farla da padrone solo nelle città di provincia ! Un paese dove anche la distribuzione del ‘cinema de patrimoine’ (i classici restaurati) resta tra le prime in Europa, proprio perché gli spettatori, tra pensionati nostalgici e studenti di ogni università, hanno voglia di (ri)scoprire quel passato e quell’arte così diversa da quella di oggi.


In Italia al momento si pensava a una possibile apertura a fine marzo, nelle zone considerate come ‘gialle’, evento vero e proprio rinviato a data da definire. Si inizierà zoppicando, visto che i distributori non potranno mettere in valore fin da subito le loro nuove proposte e non si sa con quali film si potrà inaugurare la riapertura se non con titoli ormai di vecchia data. Personalmente, se fossi in Italia e riproponessero, per dire, “Novecento” di Bertolucci, “2001:Odissea nello spazio” di Kubrick o qualsiasi altro classico, mi ci precipiterei di corsa, se gli esercenti divenissero più ambiziosi attingendo magari dagli ultimi restauri della Cineteca di Bologna e simili (come ha fatto il Nuovo Sacher di Moretti a Roma, per dirne uno). Alcuni nel pubblico non apprezzeranno quest’idea, altri si diranno che un film visto cinque volte a casa potrebbe assumere una nuova potenza visto nel buio della sala con degli sconosciuti, per quanto la sala in primi tempi non potrà mai essere piena. Quest’esperienza all’inizio magari potrà essere condivisa solo da romantici nostalgici della 7a arte, ma poco a poco il passaparola crescerà e si tornerà ad avere voglia di cinema in massa. Ricordo ancora quel momento in cui poco dopo il lockdown di marzo con degli amici eravamo andati a vedere l’ultimo film di Xavier Dolan, abbastanza superfluo per chi scrive, ma l’esperienza di ritrovare il pubblico accorrere in massa in una sala d’essai per eccellenza come il Farnese mi aveva riempito il cuore di gioia, pur nell’iniziale confusione di quale fosse la sedia nella quale fosse possibile sedersi: quella col fiocco o senza? Dopo qualche tensione con qualche paranoico di turno, si scoprì che effettivamente le sedie col fiocco erano le ‘intoccabili’, qualcosa che è ormai diventato cultura generale per chi ormai frequenta cinema come il Farnese e altre sale d’essai del centro storico.

Riflettendo su tutto questo, mi verrebbe da citare la frase del professore John Keating interpretato da Robin Williams nel memorabile film “L’attimo fuggente – Dead poeta society” di Peter Weir: “Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino. Noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana. E la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento. Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita.”

 

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